IL DIAVOLO DI MERGELLINA

Uno splendido quadro e un proverbio napoletano “Sì bella e ‘nfama comme ‘o riavule ‘e Mergellina” ci narrano una delle storie più particolari del 500 napoletano che hanno dato luogo alla leggenda del Diavolo di Mergellina. E questo perché nel quadro della Chiesa di Santa Maria del Parto, che si chiama «San Michele che scaccia il demonio», il diavolo ha corpo di un grosso serpente ma il volto di una bellissima donna dai capelli biondi. Il dipinto fu realizzato da Leonardo Grazia da Pistoia nel 1542 e fu commissionato da Diomede Carafa, allora Vescovo di Ariano Irpino: raffigura un San Michele Arcangelo guerriero che scaccia il demonio dal cielo, che si presenta con il volto di una bellissima donna bionda.

La bellissima Vittoria D’Avalos e il Vescovo Diomede Carafa

La donna-diavolo rappresenta sarebbe in realtà Vittoria D’Avalos, la nobildonna napoletana che si innamorò dell’affascinante Vescovo Diomede Carafa. La bellissima Vittoria ricorse a tutta la sua seduzione femminile per conquistarlo e il vescovo fu a lungo tormentato ma riuscì a resistere alla tentazione della bella D’Avalos.

Diomede Carafa sfuggito al demonio, che si presentava con le fattezze della bellissima creatura, commissionò a Leonardo da Pistoia il grande quadro del «San Michele che scaccia il demonio» in cui il diavolo è rappresentato da un serpente con la bellissima testa di una donna bionda, Vittoria d’Avalos. Il Carafa fece anche scrivere in basso al dipinto “Et Fecit Victoriam Halleluia 1542 Carafa”, dove il termine ‘victoriam’ allude alla vittoria di San Michele sul demonio ma anche al nome della nobildonna.

Il presepe di Giovanni da Nola in legno di tiglio del ‘500

Per plasmare nel legno i personaggi dei suoi versi sceglie lo scultore Giovanni da Nola (1488-1558), Figlio di venditori di cuoio e calzature, rifiuta il suo destino di amministratore dell’azienda di famiglia, attratto dal richiamo delle discipline letterarie e della scultura. Si forma lavorando accanto ad artisti lombardi operanti a Napoli, noti per la produzione presepiale. Ma l’accentuato realismo lombardo si stempera nel tratto più dolce degli scultori toscani, anch’essi attivi in città, che hanno inevitabilmente influenzato lo stile di Giovanni Marigliano. Sono queste esperienze che ritroviamo nel presepe di Mergellina. Di 70 figure solo cinque sono giunte ai nostri giorni: la Madonna, San Giuseppe e tre pastori.

Le statue, in legno di tiglio, hanno un’altezza che va da 115 a 145 cm. Solo per due pastori si conserva la policromia originale, mentre le altre tre statue sono coperte da uno strato marrone, benché San Giuseppe conservi frammenti di doratura… Chissà come appariva un tempo il manto della vergine ! Colpisce la dolcezza del volto della Madonna e la cura nella resa dell’espressione del pastore genuflesso, presumibilmente a mani giunte, che a pensarci bene non è che un personaggio secondario tra 70 ! Queste cinque sculture sono, infatti, una minima parte di un’opera corale che doveva avere grande impatto sui fedeli per la dimensione stessa. Questi corpi recuperati dai restauratori tra vecchie ossa ci danno l’opportunità di riflettere sulla fragilità della scultura in legno e di quanto sia andato perduto di quest’arte, non solo del ‘500 e non solo di Giovanni da Nola.

La tomba del Sannazzaro (posta nell’ abside)

Un monumento dalla complessa iconografia di ispirazione pagana finemente realizzato in Marmo di Carrara dagli scultori Bartolomeo Ammannati, Giovanni Angelo Montorsoli e Francesco Ferrucci. La tomba è ospitata in una cappella nella parte absidale della nostra chiesa, sul retro dell’altare maggiore, ricordando nelle forme il colombarium in cui si narra fosse ospitata la tomba di Virgilio, a cui il Sannazaro viene paragonato. La cappella è decorata con un ciclo di affreschi opera di Nicola Russo del 1699. Il monumento, in cui si risente fortemente l’influsso della scultura di Michelangelo Buonarroti, è ricavato da blocchi di marmo di Carrara e lucidato al termine della sua realizzazione con cera d’api. Il basamento, che in origine si ritenne essere stato eseguito da un collaboratore di Giovanni da Nola, venne realizzato dai fratelli Pietro e Bartolomeo Ghetti, scultori di Carrara ed operanti a Napoli tra il 1663 ed il 1728, come testimoniato dal ritrovamento di un documento del 1683. Questo presenta nella parte centrale un epitaffio, retto da due putti, scritto da Pietro Bembo che così recita

«Da sacro cineris flores: hic ille Maroni Sincerus Musa proximus ut tumulo.»

«Spargi fiori sulle sacre ceneri: qui giace Sincero vicino a Marone nella poesia come sepolcro.»

Sulla parte superiore del basamento poggia, al centro, un bassorilievo, attribuito o all’Ammannati o a Silvio Cosini, nel quale sono scolpiti Marsia e Nettuno ed alcune muse, sormontate della scritta DOM, unico elemento cristiano in un contesto fortemente pagano, ai due lati le statue scolpite dall’Ammannati raffiguranti Apollo e Minerva, le quali, durante la Controriforma, rischiarono, per volere di un viceré, di essere distrutte, ma vennero salvate grazie alle incisioni sulle loro basi dei nomi bibliciDavid e Giuditta. Sempre sul basamento, ai lati del bassorilievo, si innalzano due colonne sulle quali è posta l’urna cineraria del poeta : su di essa si completa l’opera con il busto del poeta, ritratto dalla sua maschera funeraria e che alla base porta il nome di Actius Sincerus, ed, ai lati, due putti, il tutto opera del Montorsoli. L’intero sepolcro tende quindi a mettere in risalto la poesia araldica ed epica sia in lingua volgare che latina del Sannazaro, oltre a dimostrare le sue virtù da gentiluomo avute in vita.